venerdì 24 ottobre 2014
domenica 10 novembre 2013
Il 5 novembre c'è l'usanza ....
Il 5 novembre c'è l'usanza ...
In Toscana (non so se anche in altre regioni
italiane, ma forse sì) il 5 novembre vige una simpatica usanza: le
matricole universitarie, cioè gli studenti che si sono diplomati
l'anno precedente, vanno nella propria ex scuola e, armati di fischietti e
cappellini goliardici, cacciano in strada gli studenti.
La
vulgata dice che gli studenti vengono “cacciati”, e io ho usato proprio questo termine, ma sia ben chiaro: gli studenti non fanno nessunissima resistenza.
Grandi
e piccoli che siano, essi passano tutta la prima ora volgendo lo
sguardo sognante alle finestre, mentre le orecchie sono tese al
minimo suono. E quando, verso le 9, il primo fischietto appare all'orizzonte (nel senso di orizzonte sonoro), essi scattano in piedi tutti insieme e prendono d'assalto la
porta della classe come neanche Enrico Toti (il celebre eroe della Grande Guerra) avrebbe saputo fare,
travolgendo bidelli, professori e chiunque capita nel mezzo.
Dovete
sapere che questa usanza è stata segretamente osteggiata, con ogni
mezzo, ma non c'è stato niente da fare: ogni 5 novembre, appena il
fischio fatale giunge alle orecchie trepidanti, ancorchè attutito dalla bruma mattutina, le scuole di tutta la regione si svuotano all'improvviso, come vasche da
bagno cui è stato tolto il tappo.
Un
anno, un bidello provò a frapporsi tra il portone di vetro e gli
studenti, col risultato che la massa lo travolse in mezzo secondo e
il pover'uomo, per riprendersi dallo shock, si mise in malattia per un mese.
In
una scuola dell'aretino, un preside provò ad interrompere la funesta
usanza installando nei corrodi una coppia di potenti altoparlanti. Quella
mattina fu dato l'ordine di trasmettere, per tutta la prima ora, e a
massimo volume, una registrazione delle letture dantesche di Benigni,
con la speranza che nessuno sentisse il fischio malefico.
Ma la turba matricolare era stata avvertita e, invece dei fischietti, fece partire due razzi col fischio, residuati del capodanno
precedente, e la scuola si svuotò in men che non si dica.
Nel
1997, in un liceo pedagogico della provincia di Livorno, un preside
ordinò di bloccare tutte le porte e abbassare le tapparelle, ma le
matricole, opportunamente avvertite, fecero un buco sul tetto e
calarono un lungo filo con un piccolo altoparlante, proprio al centro
dell'atrio della scuola.
L'anno
seguente, era il 1998, in un istituto IPSIA della provincia di Pisa,
successe un fatto ancora più straordinario: la preside, per evitare
che gli studenti udissero il famoso fischio "della morte", aveva indetto un'assemblea generale, da tenersi all'interno della palestra. La palestra di quella scuola era famosa per essere una
struttura solida, impenetrabile; una specie di corazza di cemento armato che avrebbe resistito alle trombe di Gerico, figuriamoci ai miseri fischietti dei goliardi!
Gli studenti chiesero (ed ottennero) di poter vedere non so quale trasmissione in diretta di Canale 50, una TV locale specializzata in eventi sportivi. Ebbene, mentre il cronista spiegava le fasi della partita, ad un certo punto, da dietro le sue spalle apparve un cappellino goliardico e la faccia rubiconda di una matricola col fischietto tra le labbra … e in un attimo la palestra s'era già svuotata.
Gli studenti chiesero (ed ottennero) di poter vedere non so quale trasmissione in diretta di Canale 50, una TV locale specializzata in eventi sportivi. Ebbene, mentre il cronista spiegava le fasi della partita, ad un certo punto, da dietro le sue spalle apparve un cappellino goliardico e la faccia rubiconda di una matricola col fischietto tra le labbra … e in un attimo la palestra s'era già svuotata.
Nel
1971, quando ancora gli echi del '68 non si erano completamente
smorzati e ogni giorno si sentiva di stragi e morti ammazzati, un
preside particolarmente tosto aveva fatto circondare la scuola dalla polizia, deciso a stroncare l'incostituzionale abitudine.
Le forze dell'ordine si erano presentate alle 7, con due camionette, e avevano transennato l'edificio.
Le forze dell'ordine si erano presentate alle 7, con due camionette, e avevano transennato l'edificio.
“Col
cavolo, che entrano con i loro stramaledetti fischietti!”, aveva
detto il commissario capo.
Gli
studenti passarono la prima ora cupi in volto. Intorno alla scuola,
un silenzio di piombo.
La
campanella della prima ora suonò. Niente. La tradizione era stata
dunque sconfitta dalla forza armata? Chissà ...
Ma
ecco che, ad un certo punto, dalla stanza della presidenza si sentì
squillare un telefono. Alla finestra apparve un'applicata di
segreteria che fece segno, concitata, all'appuntato di salire su.
“Che è successo?”, chiese il capitano
all'appuntato. “Hanno telefonato … una bomba!”, rispose
l'appuntato.
“Tutti fuori!”, ordinò il capitano.
Il giorno seguente la stampa locale scrisse che in una delle cabine telefoniche del villaggio scolastico era stato rinvenuto un cappellino goliardico di colore verde e con la fodera rossa, ma di questo non ci fu traccia nella
relazione che l'appuntato consegnò al comandante della locale
stazione di Polizia.
(C) 2013 Michele Andreoli
5 nov
http://www.micheleandreoli.org
martedì 16 luglio 2013
La mano bionica
I fatti si svolsero in questo modo:
Il padiglione italiano di robotica dell'ARTS
Lab era affollato all'inverosimile: giornalisti, principalmente,
ma anche addetti stampa delle varie ambasciate, esperti del settore
robotica, consulenti di aziende, semplici turisti, curiosi e spie
industriali.
Il padiglione era stato
collocato tra lo stand della KEBA Corporation e quello della Kawasaki
Robotics, succursale americana della casa madre nipponica. E questo
dimostrava chiaramente il livello di considerazione cui la robotica
italiana, del tutto ignorata in patria, era tenuta nel paese del Sol
Levante.
Circondato da cavi di
vario colore, l'arto se ne stava lì, con le falangi di metallo
cromato ancora semiaperte, il palmo rivolto verso il basso e i buffi
polpastrelli di gomma morbida sollevati a mezz'aria, come la mano di
Adamo nel Giudizio Universale di Michelangelo.
A
presentare l'avveniristica mano artificiale (la famosa lifehand),
tra i flash insistenti dei
fotografi che l'avevano braccata fin dalla mattina, era arrivata a
Tokyo la dottoressa Maria Chiara Signorini, della Scuola Sant'Anna di Pisa,
ente che patrocinava e costruiva il dispositivo.
L'ambasciatore
italiano in Giappone aveva insistito affinché la manifestazione
fosse supportata al massimo livello dal Sant'Anna, anche perché si
sapeva che la nipote dell'imperatore, la principessa Masako,
grande estimatrice dell'Italia e appassionata della pittura
rinascimentale, sarebbe stata presente alla dimostrazione.
La dottoressa Signorini
aveva innanzitutto spiegato le caratteristiche generali dell'arto
bionico, orgoglio della robotica italiana, e aveva risposto a qualche
domanda tecnica da parte del pubblico specializzato.
Poi, accortasi che era
ormai il momento di passare alla dimostrazione vera e propria, la
dottoressa aveva fatto un piccolo inchino come per chiedere permesso
alla maestà imperiale lì presente, e aveva pigiato il tasto F4 del
computer.
Ed ecco che le dita
della mano, all'improvviso, con un sussulto, cominciarono a muoversi
tutte insieme buffamente, quasi volessero riprendersi dallo stato di
letargo circuitale cui erano state costrette dal lungo viaggio in
aereo.
Come primo esperimento,
alla mano fu data una pallina di gomma blu, simile a quelle che usano
nei reparti di fisioterapia per la riabilitazione.
La mano afferrò subito la palla, con lo stesso entusiasmo con cui il cane,
finalmente all'aperto, rincorre e riporta il bastone al padrone.
Evidentemente, era un esercizio che l'arto aveva fatto innumerevoli
volte e lo ripeteva quasi con piacere, sempre che, ben inteso, un
termine come “piacere” si potesse usare con una macchina.
Dopo aver afferrato la
palla, il polso meccanico fece un paio di giri intorno al
proprio asse, prima in un verso e poi nell'altro, come se volesse
sgranchirsi. Infine, i polpastrelli iniziarono a schiacciare e
rilasciare ritmicamente la palla, come quando si vuol testare la
consistenza di qualcosa.
Alcuni dei presenti
furono visti parlottare tra loro, ridendo, mentre un giornalista
giurò in seguito di aver visto un tecnico della televisione coreana
mettere scaramanticamente la mano in tasca, e ravanare per motivi
misteriosi.
Come seconda
dimostrazione, due graziose fanciulle, vestite con l'abito
tradizionale giapponese, furono fatte entrare, scortate da due
samurai, e depositarono una teiera, una ciotolina per lo zucchero e
due tazzine, proprio sul tavolo dell'esperimento.
La dottoressa invitò
la principessa ad avvicinarsi e le chiese di pigiare il tasto F5.
Alla pressione del tasto la mano immediatamente
lasciò cadere la pallina blu, per dirigersi verso la zuccheriera da
dove, con insospettata agilità, estrasse due zollette di zucchero e
le fece scivolare nella tazzina della principessa.
La mano tornò poi indietro a prendere il
cucchiaino e iniziò a mescolare il tè.
Noi non ci rendiamo conto della complessità dei
movimenti che una mano deve fare per un compito del genere, ma quando
lo vedi fare ad una mano artificiale, non puoi che applaudire.
E tutti applaudirono, infatti.
Ed è stato a questo punto che è successo il
“fattaccio”.
Mentre le due donne elargivano sorrisi
(l'italiana) e inchini (la giapponese) alla folla plaudente voltando
le spalle al tavolo dell'esperimento, ad un certo punto (come tutti
hanno potuto notare) il tradizionale pallore nipponico della
fanciulla aveva virato dapprima verso un rosa pallido e poi verso un
rosso acceso, mentre la regale bocca si era aperta a formare una
piccola “o” di stupore.
“Guardate!”, urlò uno dei fotografi, “la
mano ha palpato la principessa!”.
Anche invocando la possibilità di un guasto,
certamente non impossibile in oggetti così complessi, non si poteva
non vedere che la mano stava stringendo il sedere della fanciulla a
pieno palmo, e la cosa era veramente scandalosa.
Come poi decine di scatti fotografici avrebbero
documentato, non solo la mano aveva osato toccare l'imperiale persona
in una parte tanto privata, ma una parte consistente del gluteo era
tutt'ora stretta tra le dita sacrileghe, anche se, come l'espressione
della donna faceva intendere, non tanto da far male.
La principessa Masako, forse
interpretando estensivamente il ruolo affidatole (da vera kamikaze,
direbbe qualcuno), era rimasta inizialmente immobile, credendo in
qualche forma di continuazione poco ortodossa dell'esperimento.
Ma quando vide la faccia sconvolta della
dottoressa e le facce ugualmente sbigottite dell'ambasciatore
italiano e di sua moglie, alla regale fanciulla non restò che
portare il dorso della mano alla fronte e lasciarsi venire giù,
come fiore di pesco appena potato.
A quel punto, successe l'irreparabile.
Si sa, certe volte l'abito fa il
monaco e anche se il tuo è un abito da comparsa, se sei in ballo ti
tocca ballare. E così, uno dei due samurai, dimenticandosi che era
in una presentazione scientifica e non sul set del film Rashomon,
estrasse la spada e, nel fuggi fuggi generale, troncò di netto la
povera mano.
II
Il mattino seguente la Kyodo
News, e di seguito il Tokyo Shimbun e altri quotidiani
della capitale, riportarono la notizia più o meno con lo stesso
tono: una mano di fabbricazione italiana aveva osato violare
l'imperiale chiappa della terza figlia del Sol Levante, e
l'ambasciatore italiano era stato convocato dal primo ministro, sua
eccellenza Shinzo Abe.
Lo scandalo apparve subito grave. E
non solo perché qui il corpo dell'imperatore e, per estensione,
quello dei suoi familiari, è ritenuto inviolabile, ma anche per il
danno che poteva derivarne all'industria nazionale giapponese.
Tutti lo sanno: il Giappone è terra
di robot per eccellenza. I giapponesi hanno fatto sforzi enormi per
dare un'aura di assoluta affidabilità a queste macchine. Basti
pensare ad Asimo, il famoso
robot antropomorfo, o ad Aibo,
il robot a forma di cagnolino, che
abbaia e scodinzola.
I
progettisti giapponesi danno ai loro robots la forma del cane e di
altri animaletti cari all'uomo proprio per scongiurare il senso di
ansia che queste macchine generano nei potenziali acquirenti, e ora
arrivano questi italiani, con la loro mano malandrina, a rovinare
tutto!
Cosa ne
sarebbe della nascente industria dei robot domestici, quelli che
fanno le faccende di casa e assistono gli anziani, e sui quali sono
stati fatti enormi investimenti in termini di denaro e di uomini, se
a qualcuno dovesse balenare nel cervello la meno nipponica delle
immagini, e cioè quella del robot-cameriere appena acquistato che
rincorre la padrona di casa in kimono per palpeggiarla?
A controllare tutte le circa 30.000
linee di codice di cui era costituito il software che gestiva la
mano, venne fatto venire dall'Italia l'uomo che lo aveva creato:
l'ingegner Morelli.
Il giovanissimo ingegnere apparve
subito un personaggio piuttosto eccentrico, del tutto differente dal
cliché del programmatore di computer: niente zazzere poco profumate,
niente barboni incolti, niente pidocchi né puzza di fumo, ma
piuttosto l'aria dell'artista, del poeta, con quel farfallino blu su
uno spezzato elegante.
Quando la dottoressa Signorini lo
vide, pensò per per insegnare le buone maniere ad un robot così
manesco, quella specie di programmatore dandy era proprio
quello che ci voleva.
Morelli non solo avrebbe rivisto
linea per linea tutto il codice dal punto di vista della correttezza
sintattica, ma ne avrebbe anche controllato il livello di
savoir-faire, e in primo
luogo nelle relazioni con l'altro sesso.
Quando
Morelli vide l'arto mezzo troncato, con le connessioni penzolanti,
lui che era di Pescara, la terra di D'Annunzio, esclamò
esterrefatto: “Sante Gunzelve, a te le offre!”
“Ehh?”,
esclamò la dottoressa.
“Sante Gunzelve, a te le
offre!”, ripetè l'ingegnere,
con gli occhi spalancati.
Ma visto
che la dottoressa si stava spaventando sul serio, Morelli continuò:
“Oh, mi
scusi, dottoressa. Non si meravigli ma, vedendo questa mano così
troncata, che penzola giù sul tavolo, mi è venuto in mente un
racconto tratto dalle Novelle della Pescara, di Gabriele D'Annunzio.
Le conosce?”
“No”
“A
me questa sembra proprio la mano dell'ummalido!!”,
e le raccontò la storia.
A
Mascalico, un paese d'Abruzzo, nel giorno della festa del patrono,
san Gonselvo, otto uomini stanno intorno alla pesante statua del
santo, che dovrà essere sollevata dall'altare e portata a spalla in
processione. Per un errore di manovra, uno di essi, l'Ummalido, resta
con la mano schiacciata sotto la statua; ciò nonostante, egli non
lascia il suo posto, ma, durante la processione, sviene per l'atroce
dolore ed è prontamente sostituito. Viene trasportato in una casa,
ove lo visita la fattucchiera del paese, la qual ammette che il
danno alla è irreparabile.
L'Ummalido viene infine lasciato solo con accanto un secchio d'acqua,
dove immerge di tanto in tanto la mano stritolata e insanguinata,
mentre i compaesani sono tutti in chiesa ad onorare il santo. Ad un
certo punto l'Ummalido prende una risoluzione “eroica”: si
munisce di coltello, va in chiesa, si fa largo tra la folla, giunge
all'altare e con il suo coltello stacca dal polso la mano, che cade
nel bacino di rame destinato a raccogliere le offerte in denaro al
Santo, esclamando “Sante Gunzelve, a te le offre!”
“Mamma
mia, ingegner Morelli!”, esclamò la dottoressa, “noi qui siamo
messi male: l'arto è da ricostruire, l'ambasciatore ci sta addosso,
da Pisa ci chiamano ogni giorno, e lei viene a spaventarci con
queste storie?”
III
Trascorsero
alcuni giorni di intenso debugging,
nei quali il kernel (cioè il software di controllo della macchina)
fu ispezionato e ricompilato più volte. Dopo una settimana passata
a maledire a turno la macchina, i collaboratori e se stesso per aver
scelto il lavoro del progettista di robot, all'alba di una notte
passata a vegliare schermi zeppi di messaggi, dopo l'ultimo falso
allarme per una parentesi aperta e non chiusa, ma che era
stata chiusa, l'ingegner Morelli
dovette accettare la verità: né il software di gestione, né la
telecamera, né i motori step-by-step che muovevano le dita, avevano
niente a che fare con l'incidente.
La mano
si comportava esattamente come era stata progettata all'istituto Sant' Anna, ed era proprio quella santa, ora, che egli avrebbe voluto
invocare, la santa delle partorienti, affinché facesse qualcosa per
questa povera creatura meccanica che, appena nata, già aveva tanti
problemi.
A
Morelli, mentre giocava distrattamente con la palla che la macchina
aveva usato nella dimostrazione, venne un dubbio:
“Ma: la
gonna della principessa era per caso blu?”, chiese, tenendo in mano
una delle tante foto scattare durante lo show.
Tutti si
guardarono l'un altro stupendosi di non averci pensato prima.
Era
evidente: il robot si era addestrato così a lungo in quel
particolare compito (“strizzare la palla blu”)
che la vicinanza del regale gluteo, tondeggiante e dello stesso
colore della palla, era stato interpretato dal software come invito
al gioco, ed esssa aveva immediatamente ubbidito.
Nessun
sabotaggio, quindi; nessun errore nel programma, ma un semplice
incidente dovuto all'imprinting
generato nella macchina a causa della continua ripetizione di
quell'esercizio.
“Ho una
idea che ci permetterebbe di rimediare al guaio fatto, ma per
metterla in pratica la principessa deve partecipare ancora una volta
ad una delle nostre dimostrazioni pubbliche. Una specie di sessione …
riparatrice, se vogliamo. Lei crede si possa ottenere, dottoressa?”
“Penso
di sì”, rispose la Signorini, “Masako dovrebbe partecipare alla
fiera robotica di Osaka, programmata per venerdì prossimo. E l'ARTS
Lab è tra gli invitati. Che
intenzioni ha, ing. Morelli?”
L'uomo
guardò la donna e sorrise.
“Non si
preoccupi, dottoressa: la macchina chiederà scusa alla principessa”.
IV
La fiera di Osaka era più o meno
come quella di Tokyo: capannoni e stand ovunque, telecamere,
giornalisti, curiosi.
La principessa questa volta entrò
nello stand degli italiani guardandosi attorno con fare piuttosto
circospetto.
“Ehi, ma le mani sono diventate
due!”, esclamò, giunta davanti al banco su cui erano stati
montati i due arti.
Eh sì, effettivamente, le mani ora
erano due, identiche e speculari: una sinistra e una destra, montate
ad uguale distanza dalla piccola telecamera centrale. Era chiaro che
gli italiani avevano preparato qualcosa di più complesso da far fare
ai due dispositivi, e la curiosità tra il pubblico stava crescendo.
La principessa fu invitata a pigiare
lei stessa il magico tasto che avrebbe avviato il programma, mentre
tutt'intorno la gente si accalcava.
Le due mani dapprima si mossero
secondo traiettorie indipendenti, la qual cosa dava al tutto un
aspetto un po' innaturale. Ma dopo questo prima fase, che potremmo
definire di rodaggio, esse improvvisamente sembrarono coordinarsi, e
i loro movimenti diventarono fluidi come quelli dei prestigiatori.
Davanti ai due arti fu montato un
piccolo cavalletto da pittore e sul tavolo furono messi due pennelli
e una tavolozza di colori.
L'operatore pigiò un secondo
pulsante sulla tastiera e le due mani afferrarono una il pennello e
l'altra la tavolozza e, in men che non si dica, cominciarono a
roteare e spalmare colori sulla tela con una velocità che ricordava
certi cortometraggi in cui tutto appare buffamente accelerato.
La principessa aspettava sorridente
davanti alla macchina e il pubblico seguiva con stupore i gesti
convulsi e buffamente indipendenti delle due mani, mentre qualche
schizzo di tempera volava qua e là.
Dopo alcuni minuti di questo
turbinio di movimenti, le due mani si fermarono improvvisamente,
lasciando cadere pennello e tavolozza.
Tra il pubblico era calato il
silenzio.
L'operatore allora staccò la tela
dal cavalletto e, prima che qualcuna delle tv fosse riuscito ad
inquadralo, l'aveva già consegnato nelle mani della principessa.
“Ohh!” esclamò la donna
spalancando gli occhi; “Ohhh!” fecero quelli del pubblico mentre
la donna con un gran sorriso sollevava la tela: un ritratto! Le mani
avevano realizzato un ritratto della principessa Masako,
nell'intervallo sbalorditivamente breve di soli 30 secondi!
“Ma come hai fatto?”, sussurrò la dottoressa Signorini nell'orecchio del Morelli, senza scomporsi e continuando ad applaudire. “E' una roba mai vista! Gli esperti di computer vision della Toyota vorranno sapere quale algoritmo di riconoscimento delle forme hai usato e io so, perché LO SO, che la telecamera non era neanche collegata!”.
“Ehm”,
rispose il Morelli, “io direi di non accettare appuntamenti da
quelli della Toyota, né da nessun altro”.
“Perché?”,
chiese stupita la donna.
“Perché,
non ho usato nessun algoritmo di riconoscimento. Prima della
dimostrazione, ho fornito alla macchina una versione digitalizzata di
una foto di Masako, presa mentre visitava lo stand dei francesi. La
macchina non ha fatto altro che riprodurre, pixel per pixel,
l'immagine sulla tela.”.
“Sì”,
commentò la donna, “hai ragione: è meglio che prenotiamo l'aereo
per il ritorno, e subito”.
Dedicato a: Maria Chiara Carrozza
Michele
Andreoli
© 2013
lunedì 27 maggio 2013
Il pallone super-Santos
I
super-tele non erano granché come palloni. Quando li
calciavi dovevi incrociare le dita, perché la loro traiettoria era
soggetta a leggi non prevedibili.
A
differenza del pallone vero, 12 pentagoni e 20 esagoni di cuoio
cuciti tra loro, i super-tele erano banali sfere di plastica sottile,
che si bucavano anche se li guardavi male.
Molto
migliori erano i super-santos. Pesavano qualche grammo in più e
avevano persino dei pentagoni neri qua e là, ma per figura. Però quando li tiravi andavano in porta sul serio, non come i super-tele,
che se li portava via il vento.
Ed
era con quella sfera di plastica arancione che passavamo i nostri
pomeriggi, dribblando tra le pozzanghere, mentre la melma si
attaccava alle scarpe e il fango ti schizzava negli occhi.
A
giocare c'eravamo sempre io, Gerardino, Emilio e Fiore, se non era
impegnato a scavare da qualche parte.
I
quegli anni, infatti, il paese era diventato una specie di grande
cantiere, e la collina di dura roccia veniva scavata per far posto
alle nuove costruzioni.
Fiore
manovrava la pala meccanica del padre con la perizia di un adulto,
anche se era soltanto un ragazzino, come noi del resto.
Per
non farlo sentire solo, qualche volta lo seguivamo col pallone fin
sopra il cantiere e giocavamo negli spiazzi tra le fondamenta, in
attesa che lui finisse e si unisse a noi.
Ma
per quanto fosse estraniato dal fracasso dell'escavatore, Fiore dava
sempre un'occhiatina al gioco e, qualche volta, interveniva.
Una
volta Fiore, dopo averci urlato per un po' (inutilmente, dato il gran
rumore) lanciò indispettito una pietra verso uno dei lati del campo.
“Forse
ha visto un serpente ...”, pensammo noi.
“Ma
che serpente!”, urlò Fiore, dopo aver spento il mezzo: “Era
fuori gioco, stronzi!”.
Ma
Fiore non si limitava a guardare. Se gli veniva lo sghiribizzo,
scendeva dal mezzo e si introduceva nell'azione. E allora lo potevi
vedere correre verso la porta, mentre con un occhio teneva sotto
controllo il caterpillar, che lo attendeva col motore ancora acceso.
Che
tempi!
Dovete
sapere che questi palloni raramente arrivavano in fondo alla giornata
senza finire bucati da qualche spina, o sequestrati dalla solita
vicina incazzosa, o perduti per sempre in qualche nero anfratto.
Per
cui, quando una bella sera, dopo averlo preso a calci per ore, il
pallone era ancora lì, gonfio come appena comprato, ce lo rigirammo più volte tra le mani e
pensammo: ma l'abbiamo mai visto, noi, un pallone che scoppia? Un
pallone, voglio dire, proprio nel mentre che scoppia?
Fiore
ci disse: "Guagliù, ma siete proprio sicuri che lo
volete fare?"
"Siiiii!", rispondemmo noi in coro, pensando a
quella cosa nuova che sarebbe successa, un po' dissacrante, persino
eccitante.
E
lui: "Guardate che me l'avete chiesto voi, poi non voglio
lamentele, eh!"
E
noi: "Vai, Fiò! ingrana la marcia!", urlammo noi, dal
cuore della folla.
Fiore
ci fece segno con la mano di farci da parte e, ancora poco convinto,
ingranò la prima.
Con
un leggero scossone, l'enorme mezzo – bello, grande, che sembrava
un rinoceronte infuriato -- cominciò a muoversi verso il povero
pallone, fermo a due metri dalla porta, nel fango appiccicoso della
murgia appena scavata.
A
pochi centimetri dal pallone, il caterpillar indugiò ancora una
volta, sbuffando fumo nero e olio dal tubo dello scappamento.
Fiore
ci guardò, come per dire "Allora, vado?" e noi annuimmo:
"Vai!".
L'enorme
cingolo fu subito sopra il pallone, il quale guaì per un attimo, per
poi cadere giù a pezzi, come foglie di verza appena tagliate.
Era
già finita.
E
mentre Fiore riprendeva il suo scavo, noi ci guardammo l'un l'altro,
non tristi ma neppure allegri, proprio come deve sentirsi chi lascia
la piazza dopo aver assistito ad una esecuzione.
(C)
2010 M.Andreoli
sabato 30 marzo 2013
La concessione del telefono
E Camilleri non c'entra nulla ...
Nel quartiere dove sono
nato, noi fummo tra i primi ad avere l'allacciamento del telefono. Chi non aveva il telefono in casa, aveva
un'unica alternativa: fissare un appuntamento e farsi chiamare presso
la casa di qualcun altro.
Da qualche settimana
era successo che una ragazza del quartiere aveva fatto la classica
“fuitina d'amore”, ed ora i parenti friggevano, in attesa di
notizie.
Quando finalmente la
fanciulla decise di farsi viva, fu proprio a casa mia che fu fissato
l'appuntamento telefonico.
Il giorno stabilito,
l'anziana madre si presentò da noi con un paio d'ore di anticipo,
ma non fu un grosso problema: mia madre era una formidabile
chiacchieratrice e il tempo passò in fretta.
E fu proprio tra una
chiacchiera e l'altra che all'improvviso il telefono squillò.
L'anziana madre,
ansimando, si diresse verso il telefono. Ci guardò come per dire: “è
questo coso qui che devo prendere?” e noi le facemmo “Sì” col
capo.
Il telefono ancora
squillava, quando la donna sollevò la cornetta e fece “Pronto!
Proooonto!” ma, dato che non sentiva nulla, ci guardò sorpresa.
“Sento come una voce,
ma lontana, lontana!”, disse affranta. “Pronto! Pronto!”.
E fu allora che mi
avvidi del dramma.
Sapete come erano fatte le vecchie cornette telefoniche, no? Erano una specie di banana con
da una parte il microfono, da cui partiva anche il filo, e dall'altra
il diffusore audio.
Beh, la povera anziana
mamma, nella foga, e non avendone mai vista una prima di allora,
l'aveva impugnata al contrario! E per forza che non sentiva.
“Proooooooooooonto!”,
urlava
la
donna
disperata,
mentre
io,
tenendo il telefono con
le
due
mani,
cercavo
di
rigirarglielo
nel
verso
giusto. Ma lei, pensando
forse che volessi toglierlelo, si
dimenava,
resisteva
alla presa,
quasi volesse difendere con
le
unghie
quel
barlume
di
cara voce di figlia
che
le
era
parso
di
sentire. Lontano,
lontanissimo,
ma sempre meglio di niente!
Quando infine
riuscii a
rigirare
la
cornetta,
vidi
il
volto
della
donna
che
si
apriva
come
il
cielo
dopo
il
temporale
e
lei
che
diceva
“Sì! Sì! Addo' stai,
figlia mia? Sì, sì!
Quanno vieni, figlia mia?
Sì, sì, non si sentiva!”
e
mia
madre
che
mi
guardava
con
orgoglio,
e allora fu
veramente
un momento emozionante, per tutti noi.
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