domenica 10 novembre 2013

Il 5 novembre c'è l'usanza ....


Il 5 novembre c'è l'usanza ...



In Toscana (non so se anche in altre regioni italiane, ma forse sì) il 5 novembre vige una simpatica usanza: le matricole universitarie, cioè gli studenti che si sono diplomati l'anno precedente, vanno nella propria ex scuola e, armati di fischietti e cappellini goliardici, cacciano in strada gli studenti.

La vulgata dice che gli studenti vengono “cacciati”, e io ho usato proprio questo termine, ma sia ben chiaro:  gli studenti non fanno nessunissima resistenza.

Grandi e piccoli che siano, essi passano tutta la prima ora volgendo lo sguardo sognante alle finestre, mentre le orecchie sono tese al minimo suono. E quando, verso le 9, il primo fischietto appare all'orizzonte (nel senso di orizzonte sonoro), essi scattano in piedi tutti insieme e prendono d'assalto la porta della classe come neanche Enrico Toti (il celebre eroe della Grande Guerra) avrebbe saputo fare, travolgendo bidelli, professori e chiunque capita nel mezzo.

Dovete sapere che questa usanza è stata segretamente osteggiata, con ogni mezzo, ma non c'è stato niente da fare: ogni 5 novembre, appena il fischio fatale giunge  alle orecchie trepidanti, ancorchè attutito dalla bruma mattutina, le scuole di tutta la regione si svuotano all'improvviso, come vasche da bagno cui è stato tolto il tappo.

Un anno, un bidello provò a frapporsi tra il portone di vetro e gli studenti, col risultato che la massa lo travolse in mezzo secondo e il pover'uomo, per riprendersi dallo shock, si mise in malattia per un mese.

In una scuola dell'aretino, un preside provò ad interrompere la funesta usanza installando nei corrodi una coppia di potenti altoparlanti. Quella mattina fu dato l'ordine di trasmettere, per tutta la prima ora, e a massimo volume, una registrazione delle letture dantesche di Benigni, con la speranza che nessuno sentisse il fischio malefico. 

Ma la turba matricolare era stata avvertita e, invece dei fischietti, fece partire due razzi col fischio, residuati del capodanno precedente, e la scuola si svuotò in men che non si dica.

Nel 1997, in un liceo pedagogico della provincia di Livorno, un preside ordinò di bloccare tutte le porte e abbassare le tapparelle, ma le matricole, opportunamente avvertite, fecero un buco sul tetto e calarono un lungo filo con un piccolo altoparlante, proprio al centro dell'atrio della scuola.

L'anno seguente, era il 1998, in un istituto IPSIA della provincia di Pisa, successe un fatto ancora più straordinario: la preside, per evitare che gli studenti udissero il famoso fischio "della morte", aveva indetto un'assemblea generale, da tenersi all'interno della palestra. La palestra di quella scuola era famosa per essere una struttura solida, impenetrabile;  una specie di corazza di cemento armato che avrebbe resistito alle trombe di Gerico, figuriamoci ai miseri fischietti dei goliardi! 

Gli studenti chiesero (ed ottennero) di poter vedere non so quale trasmissione in diretta di Canale 50, una TV locale specializzata in eventi sportivi. Ebbene, mentre il cronista spiegava le fasi della partita, ad un certo punto, da dietro le sue spalle apparve un cappellino goliardico e la faccia rubiconda di una matricola col fischietto tra le labbra … e in un attimo la palestra s'era già svuotata.

Nel 1971, quando ancora gli echi del '68 non si erano completamente smorzati e ogni giorno si sentiva di stragi e morti ammazzati, un preside particolarmente tosto aveva fatto circondare la scuola dalla polizia, deciso a stroncare l'incostituzionale abitudine. 

Le forze dell'ordine si erano presentate alle 7, con due camionette, e avevano transennato l'edificio.

“Col cavolo, che entrano con i loro stramaledetti fischietti!”, aveva detto il commissario capo.

Gli studenti passarono la prima ora cupi in volto. Intorno alla scuola, un silenzio di piombo.

La campanella della prima ora suonò. Niente. La tradizione era stata dunque sconfitta dalla forza armata? Chissà ...

Ma ecco che, ad un certo punto, dalla stanza della presidenza si sentì squillare un telefono. Alla finestra apparve un'applicata di segreteria che fece segno, concitata, all'appuntato di salire su.

“Che è successo?”, chiese il capitano all'appuntato. “Hanno telefonato … una bomba!”, rispose l'appuntato.

“Tutti fuori!”, ordinò il capitano.

Il giorno seguente la stampa locale scrisse che in una delle cabine telefoniche del villaggio scolastico era stato rinvenuto  un cappellino goliardico di colore verde e con la fodera rossa, ma di questo non ci fu traccia nella relazione che l'appuntato consegnò al comandante della locale stazione di Polizia.


(C) 2013  Michele Andreoli
5 nov


http://www.micheleandreoli.org



martedì 16 luglio 2013

La mano bionica


I fatti si svolsero in questo modo:

Il padiglione italiano di robotica dell'ARTS Lab era affollato all'inverosimile: giornalisti, principalmente, ma anche addetti stampa delle varie ambasciate, esperti del settore robotica, consulenti di aziende, semplici turisti, curiosi e spie industriali.

Il padiglione era stato collocato tra lo stand della KEBA Corporation e quello della Kawasaki Robotics, succursale americana della casa madre nipponica. E questo dimostrava chiaramente il livello di considerazione cui la robotica italiana, del tutto ignorata in patria, era tenuta nel paese del Sol Levante.

Circondato da cavi di vario colore, l'arto se ne stava lì, con le falangi di metallo cromato ancora semiaperte, il palmo rivolto verso il basso e i buffi polpastrelli di gomma morbida sollevati a mezz'aria, come la mano di Adamo nel Giudizio Universale di Michelangelo.

A presentare l'avveniristica mano artificiale (la famosa lifehand), tra i flash insistenti dei fotografi che l'avevano braccata fin dalla mattina, era arrivata a Tokyo la dottoressa Maria Chiara Signorini, della Scuola Sant'Anna di Pisa, ente che patrocinava e costruiva il dispositivo.

L'ambasciatore italiano in Giappone aveva insistito affinché la manifestazione fosse supportata al massimo livello dal Sant'Anna, anche perché si sapeva che la nipote dell'imperatore, la principessa Masako, grande estimatrice dell'Italia e appassionata della pittura rinascimentale, sarebbe stata presente alla dimostrazione.

La dottoressa Signorini aveva innanzitutto spiegato le caratteristiche generali dell'arto bionico, orgoglio della robotica italiana, e aveva risposto a qualche domanda tecnica da parte del pubblico specializzato.

Poi, accortasi che era ormai il momento di passare alla dimostrazione vera e propria, la dottoressa aveva fatto un piccolo inchino come per chiedere permesso alla maestà imperiale lì presente, e aveva pigiato il tasto F4 del computer.

Ed ecco che le dita della mano, all'improvviso, con un sussulto, cominciarono a muoversi tutte insieme buffamente, quasi volessero riprendersi dallo stato di letargo circuitale cui erano state costrette dal lungo viaggio in aereo.

Come primo esperimento, alla mano fu data una pallina di gomma blu, simile a quelle che usano nei reparti di fisioterapia per la riabilitazione.

La mano afferrò subito la palla, con lo stesso entusiasmo con cui il cane, finalmente all'aperto, rincorre e riporta il bastone al padrone. Evidentemente, era un esercizio che l'arto aveva fatto innumerevoli volte e lo ripeteva quasi con piacere, sempre che, ben inteso, un termine come “piacere” si potesse usare con una macchina.

Dopo aver afferrato la palla, il polso meccanico fece un paio di giri intorno al proprio asse, prima in un verso e poi nell'altro, come se volesse sgranchirsi. Infine, i polpastrelli iniziarono a schiacciare e rilasciare ritmicamente la palla, come quando si vuol testare la consistenza di qualcosa.

Alcuni dei presenti furono visti parlottare tra loro, ridendo, mentre un giornalista giurò in seguito di aver visto un tecnico della televisione coreana mettere scaramanticamente la mano in tasca, e ravanare per motivi misteriosi.

Come seconda dimostrazione, due graziose fanciulle, vestite con l'abito tradizionale giapponese, furono fatte entrare, scortate da due samurai, e depositarono una teiera, una ciotolina per lo zucchero e due tazzine, proprio sul tavolo dell'esperimento.

La dottoressa invitò la principessa ad avvicinarsi e le chiese di pigiare il tasto F5.

Alla pressione del tasto la mano immediatamente lasciò cadere la pallina blu, per dirigersi verso la zuccheriera da dove, con insospettata agilità, estrasse due zollette di zucchero e le fece  scivolare nella tazzina della principessa.

La mano tornò poi indietro a prendere il cucchiaino e iniziò a mescolare il tè.

Noi non ci rendiamo conto della complessità dei movimenti che una mano deve fare per un compito del genere, ma quando lo vedi fare ad una mano artificiale, non puoi che applaudire.

E tutti applaudirono, infatti.

Ed è stato a questo punto che è successo il “fattaccio”.

Mentre le due donne elargivano sorrisi (l'italiana) e inchini (la giapponese) alla folla plaudente voltando le spalle al tavolo dell'esperimento, ad un certo punto (come tutti hanno potuto notare) il tradizionale pallore nipponico della fanciulla aveva virato dapprima verso un rosa pallido e poi verso un rosso acceso, mentre la regale bocca si era aperta a formare una piccola “o” di stupore.

“Guardate!”, urlò uno dei fotografi, “la mano ha palpato la principessa!”.

Anche invocando la possibilità di un guasto, certamente non impossibile in oggetti così complessi, non si poteva non vedere che la mano stava stringendo il sedere della fanciulla a pieno palmo, e la cosa era veramente scandalosa.

Come poi decine di scatti fotografici avrebbero documentato, non solo la mano aveva osato toccare l'imperiale persona in una parte tanto privata, ma una parte consistente del gluteo era tutt'ora stretta tra le dita sacrileghe, anche se, come l'espressione della donna faceva intendere, non tanto da far male.

La principessa Masako, forse interpretando estensivamente il ruolo affidatole (da vera kamikaze, direbbe qualcuno), era rimasta inizialmente immobile, credendo in qualche forma di continuazione poco ortodossa dell'esperimento.

Ma quando vide la faccia sconvolta della dottoressa e le facce ugualmente sbigottite dell'ambasciatore italiano e di sua moglie, alla regale fanciulla non restò che portare il dorso della mano alla fronte e lasciarsi venire giù, come fiore di pesco appena potato.

A quel punto, successe l'irreparabile.

Si sa, certe volte l'abito fa il monaco e anche se il tuo è un abito da comparsa, se sei in ballo ti tocca ballare. E così, uno dei due samurai, dimenticandosi che era in una presentazione scientifica e non sul set del film Rashomon, estrasse la spada e, nel fuggi fuggi generale, troncò di netto la povera mano.

II

Il mattino seguente la Kyodo News, e di seguito il Tokyo Shimbun e altri quotidiani della capitale, riportarono la notizia più o meno con lo stesso tono: una mano di fabbricazione italiana aveva osato violare l'imperiale chiappa della terza figlia del Sol Levante, e l'ambasciatore italiano era stato convocato dal primo ministro, sua eccellenza Shinzo Abe.

Lo scandalo apparve subito grave. E non solo perché qui il corpo dell'imperatore e, per estensione, quello dei suoi familiari, è ritenuto inviolabile, ma anche per il danno che poteva derivarne all'industria nazionale giapponese.

Tutti lo sanno: il Giappone è terra di robot per eccellenza. I giapponesi hanno fatto sforzi enormi per dare un'aura di assoluta affidabilità a queste macchine. Basti pensare ad Asimo, il famoso robot antropomorfo, o ad Aibo, il robot a forma di cagnolino, che abbaia e scodinzola.

I progettisti giapponesi danno ai loro robots la forma del cane e di altri animaletti cari all'uomo proprio per scongiurare il senso di ansia che queste macchine generano nei potenziali acquirenti, e ora arrivano questi italiani, con la loro mano malandrina, a rovinare tutto!

Cosa ne sarebbe della nascente industria dei robot domestici, quelli che fanno le faccende di casa e assistono gli anziani, e sui quali sono stati fatti enormi investimenti in termini di denaro e di uomini, se a qualcuno dovesse balenare nel cervello la meno nipponica delle immagini, e cioè quella del robot-cameriere appena acquistato che rincorre la padrona di casa in kimono per palpeggiarla?

A controllare tutte le circa 30.000 linee di codice di cui era costituito il software che gestiva la mano, venne fatto venire dall'Italia l'uomo che lo aveva creato: l'ingegner Morelli.

Il giovanissimo ingegnere apparve subito un personaggio piuttosto eccentrico, del tutto differente dal cliché del programmatore di computer: niente zazzere poco profumate, niente barboni incolti, niente pidocchi né puzza di fumo, ma piuttosto l'aria dell'artista, del poeta, con quel farfallino blu su uno spezzato elegante.

Quando la dottoressa Signorini lo vide, pensò per per insegnare le buone maniere ad un robot così manesco, quella specie di programmatore dandy era proprio quello che ci voleva.

Morelli non solo avrebbe rivisto linea per linea tutto il codice dal punto di vista della correttezza sintattica, ma ne avrebbe anche controllato il livello di savoir-faire, e in primo luogo nelle relazioni con l'altro sesso.

Quando Morelli vide l'arto mezzo troncato, con le connessioni penzolanti, lui che era di Pescara, la terra di D'Annunzio, esclamò esterrefatto: “Sante Gunzelve, a te le offre!
“Ehh?”, esclamò la dottoressa.

Sante Gunzelve, a te le offre!”, ripetè l'ingegnere, con gli occhi spalancati.

Ma visto che la dottoressa si stava spaventando sul serio, Morelli continuò:
“Oh, mi scusi, dottoressa. Non si meravigli ma, vedendo questa mano così troncata, che penzola giù sul tavolo, mi è venuto in mente un racconto tratto dalle Novelle della Pescara, di Gabriele D'Annunzio. Le conosce?”
“No”
“A me questa sembra proprio la mano dell'ummalido!!”, e le raccontò la storia.

A Mascalico, un paese d'Abruzzo, nel giorno della festa del patrono, san Gonselvo, otto uomini stanno intorno alla pesante statua del santo, che dovrà essere sollevata dall'altare e portata a spalla in processione. Per un errore di manovra, uno di essi, l'Ummalido, resta con la mano schiacciata sotto la statua; ciò nonostante, egli non lascia il suo posto, ma, durante la processione, sviene per l'atroce dolore ed è prontamente sostituito. Viene trasportato in una casa, ove lo visita la fattucchiera del paese, la qual ammette che il danno alla è irreparabile. L'Ummalido viene infine lasciato solo con accanto un secchio d'acqua, dove immerge di tanto in tanto la mano stritolata e insanguinata, mentre i compaesani sono tutti in chiesa ad onorare il santo. Ad un certo punto l'Ummalido prende una risoluzione “eroica”: si munisce di coltello, va in chiesa, si fa largo tra la folla, giunge all'altare e con il suo coltello stacca dal polso la mano, che cade nel bacino di rame destinato a raccogliere le offerte in denaro al Santo, esclamando “Sante Gunzelve, a te le offre!


“Mamma mia, ingegner Morelli!”, esclamò la dottoressa, “noi qui siamo messi male: l'arto è da ricostruire, l'ambasciatore ci sta addosso, da Pisa ci chiamano ogni giorno, e lei viene a spaventarci con queste storie?”

III

Trascorsero alcuni giorni di intenso debugging, nei quali il kernel (cioè il software di controllo della macchina) fu ispezionato e ricompilato più volte. Dopo una settimana passata a maledire a turno la macchina, i collaboratori e se stesso per aver scelto il lavoro del progettista di robot, all'alba di una notte passata a vegliare schermi zeppi di messaggi, dopo l'ultimo falso allarme per una parentesi aperta e non chiusa, ma che era stata chiusa, l'ingegner Morelli dovette accettare la verità: né il software di gestione, né la telecamera, né i motori step-by-step che muovevano le dita, avevano niente a che fare con l'incidente.

La mano si comportava esattamente come era stata progettata all'istituto Sant' Anna, ed era proprio quella santa, ora, che egli avrebbe voluto invocare, la santa delle partorienti, affinché facesse qualcosa per questa povera creatura meccanica che, appena nata, già aveva tanti problemi.

A Morelli, mentre giocava distrattamente con la palla che la macchina aveva usato nella dimostrazione, venne un dubbio:
“Ma: la gonna della principessa era per caso blu?”, chiese, tenendo in mano una delle tante foto scattare durante lo show.

Tutti si guardarono l'un altro stupendosi di non averci pensato prima.

Era evidente: il robot si era addestrato così a lungo in quel particolare compito (“strizzare la palla blu”) che la vicinanza del regale gluteo, tondeggiante e dello stesso colore della palla, era stato interpretato dal software come invito al gioco, ed esssa aveva immediatamente ubbidito.

Nessun sabotaggio, quindi; nessun errore nel programma, ma un semplice incidente dovuto all'imprinting generato nella macchina a causa della continua ripetizione di quell'esercizio.

“Ho una idea che ci permetterebbe di rimediare al guaio fatto, ma per metterla in pratica la principessa deve partecipare ancora una volta ad una delle nostre dimostrazioni pubbliche. Una specie di sessione … riparatrice, se vogliamo. Lei crede si possa ottenere, dottoressa?”

“Penso di sì”, rispose la Signorini, “Masako dovrebbe partecipare alla fiera robotica di Osaka, programmata per venerdì prossimo. E l'ARTS Lab è tra gli invitati. Che intenzioni ha, ing. Morelli?”

L'uomo guardò la donna e sorrise.
“Non si preoccupi, dottoressa: la macchina chiederà scusa alla principessa”.


IV

La fiera di Osaka era più o meno come quella di Tokyo: capannoni e stand ovunque, telecamere, giornalisti, curiosi.

La principessa questa volta entrò nello stand degli italiani guardandosi attorno con fare piuttosto circospetto.

“Ehi, ma le mani sono diventate due!”, esclamò, giunta davanti al banco su cui erano stati montati i due arti.

Eh sì, effettivamente, le mani ora erano due, identiche e speculari: una sinistra e una destra, montate ad uguale distanza dalla piccola telecamera centrale. Era chiaro che gli italiani avevano preparato qualcosa di più complesso da far fare ai due dispositivi, e la curiosità tra il pubblico stava crescendo.

La principessa fu invitata a pigiare lei stessa il magico tasto che avrebbe avviato il programma, mentre tutt'intorno la gente si accalcava.

Le due mani dapprima si mossero secondo traiettorie indipendenti, la qual cosa dava al tutto un aspetto un po' innaturale. Ma dopo questo prima fase, che potremmo definire di rodaggio, esse improvvisamente sembrarono coordinarsi, e i loro movimenti diventarono fluidi come quelli dei prestigiatori.

Davanti ai due arti fu montato un piccolo cavalletto da pittore e sul tavolo furono messi due pennelli e una tavolozza di colori.

L'operatore pigiò un secondo pulsante sulla tastiera e le due mani afferrarono una il pennello e l'altra la tavolozza e, in men che non si dica, cominciarono a roteare e spalmare colori sulla tela con una velocità che ricordava certi cortometraggi in cui tutto appare buffamente accelerato.

La principessa aspettava sorridente davanti alla macchina e il pubblico seguiva con stupore i gesti convulsi e buffamente indipendenti delle due mani, mentre qualche schizzo di tempera volava qua e là.

Dopo alcuni minuti di questo turbinio di movimenti, le due mani si fermarono improvvisamente, lasciando cadere pennello e tavolozza.

Tra il pubblico era calato il silenzio.

L'operatore allora staccò la tela dal cavalletto e, prima che qualcuna delle tv fosse riuscito ad inquadralo, l'aveva già consegnato nelle mani della principessa.

“Ohh!” esclamò la donna spalancando gli occhi; “Ohhh!” fecero quelli del pubblico mentre la donna con un gran sorriso sollevava la tela: un ritratto! Le mani avevano realizzato un ritratto della principessa Masako, nell'intervallo sbalorditivamente breve di soli 30 secondi!


“Ma come hai fatto?”, sussurrò la dottoressa Signorini nell'orecchio del Morelli, senza scomporsi e continuando ad applaudire. “E' una roba mai vista! Gli esperti di computer vision della Toyota vorranno sapere quale algoritmo di riconoscimento delle forme hai usato e io so, perché LO SO, che la telecamera non era neanche collegata!”.

“Ehm”, rispose il Morelli, “io direi di non accettare appuntamenti da quelli della Toyota, né da nessun altro”.

“Perché?”, chiese stupita la donna.

“Perché, non ho usato nessun algoritmo di riconoscimento. Prima della dimostrazione, ho fornito alla macchina una versione digitalizzata di una foto di Masako, presa mentre visitava lo stand dei francesi. La macchina non ha fatto altro che riprodurre, pixel per pixel, l'immagine sulla tela.”.

“Sì”, commentò la donna, “hai ragione: è meglio che prenotiamo l'aereo per il ritorno, e subito”.




Dedicato a: Maria Chiara Carrozza


Michele Andreoli
© 2013


lunedì 27 maggio 2013

Il pallone super-Santos


I super-tele non erano granché come palloni. Quando li calciavi dovevi incrociare le dita, perché la loro traiettoria era soggetta a leggi non prevedibili.

A differenza del pallone vero, 12 pentagoni e 20 esagoni di cuoio cuciti tra loro, i super-tele erano banali sfere di plastica sottile, che si bucavano anche se li guardavi male.

Molto migliori erano i super-santos. Pesavano qualche grammo in più e avevano persino dei pentagoni neri qua e là, ma per figura. Però quando li tiravi andavano in porta sul serio, non come i super-tele, che se li portava via il vento.

Ed era con quella sfera di plastica arancione che passavamo i nostri pomeriggi, dribblando tra le pozzanghere, mentre la melma si attaccava alle scarpe e il fango ti schizzava negli occhi.

A giocare c'eravamo sempre io, Gerardino, Emilio e Fiore, se non era impegnato a scavare da qualche parte.

I quegli anni, infatti, il paese era diventato una specie di grande cantiere, e la collina di dura roccia veniva scavata per far posto alle nuove costruzioni.

Fiore manovrava la pala meccanica del padre con la perizia di un adulto, anche se era soltanto un ragazzino, come noi del resto.

Per non farlo sentire solo, qualche volta lo seguivamo col pallone fin sopra il cantiere e giocavamo negli spiazzi tra le fondamenta, in attesa che lui finisse e si unisse a noi.

Ma per quanto fosse estraniato dal fracasso dell'escavatore, Fiore dava sempre un'occhiatina al gioco e, qualche volta, interveniva.

Una volta Fiore, dopo averci urlato per un po' (inutilmente, dato il gran rumore) lanciò indispettito una pietra verso uno dei lati del campo.

Forse ha visto un serpente ...”, pensammo noi.
Ma che serpente!”, urlò Fiore, dopo aver spento il mezzo: “Era fuori gioco, stronzi!”.

Ma Fiore non si limitava a guardare. Se gli veniva lo sghiribizzo, scendeva dal mezzo e si introduceva nell'azione. E allora lo potevi vedere correre verso la porta, mentre con un occhio teneva sotto controllo il caterpillar, che lo attendeva col motore ancora acceso.

Che tempi!

Dovete sapere che questi palloni raramente arrivavano in fondo alla giornata senza finire bucati da qualche spina, o sequestrati dalla solita vicina incazzosa, o perduti per sempre in qualche nero anfratto.

Per cui, quando una bella sera, dopo averlo preso a calci per ore, il pallone era ancora lì, gonfio come appena comprato, ce lo rigirammo più volte tra le mani e pensammo: ma l'abbiamo mai visto, noi, un pallone che scoppia? Un pallone, voglio dire, proprio nel mentre che scoppia?

Fiore ci disse: "Guagliù, ma siete proprio sicuri che lo volete fare?"
"Siiiii!", rispondemmo noi in coro, pensando a quella cosa nuova che sarebbe successa, un po' dissacrante, persino eccitante.
E lui: "Guardate che me l'avete chiesto voi, poi non voglio lamentele, eh!"
E noi: "Vai, Fiò! ingrana la marcia!", urlammo noi, dal cuore della folla.

Fiore ci fece segno con la mano di farci da parte e, ancora poco convinto, ingranò la prima.

Con un leggero scossone, l'enorme mezzo – bello, grande, che sembrava un rinoceronte infuriato -- cominciò a muoversi verso il povero pallone, fermo a due metri dalla porta, nel fango appiccicoso della murgia appena scavata.

A pochi centimetri dal pallone, il caterpillar indugiò ancora una volta, sbuffando fumo nero e olio dal tubo dello scappamento.

Fiore ci guardò, come per dire "Allora, vado?" e noi annuimmo: "Vai!".

L'enorme cingolo fu subito sopra il pallone, il quale guaì per un attimo, per poi cadere giù a pezzi, come foglie di verza appena tagliate.

Era già finita.

E mentre Fiore riprendeva il suo scavo, noi ci guardammo l'un l'altro, non tristi ma neppure allegri, proprio come deve sentirsi chi lascia la piazza dopo aver assistito ad una esecuzione.


(C) 2010 M.Andreoli



sabato 30 marzo 2013

La concessione del telefono


E Camilleri non c'entra nulla ...


Nel quartiere dove sono nato, noi fummo tra i primi ad avere l'allacciamento del telefono. Chi non aveva il telefono in casa, aveva un'unica alternativa: fissare un appuntamento e farsi chiamare presso la casa di qualcun altro.

Da qualche settimana era successo che una ragazza del quartiere aveva fatto la classica “fuitina d'amore”, ed ora i parenti friggevano, in attesa di notizie.

Quando finalmente la fanciulla decise di farsi viva, fu proprio a casa mia che fu fissato l'appuntamento telefonico.

Il giorno stabilito, l'anziana madre si presentò da noi con un paio d'ore di anticipo, ma non fu un grosso problema: mia madre era una formidabile chiacchieratrice e il tempo passò in fretta.

E fu proprio tra una chiacchiera e l'altra che all'improvviso il telefono squillò.

L'anziana madre, ansimando, si diresse verso il telefono. Ci guardò come per dire: “è questo coso qui che devo prendere?” e noi le facemmo “Sì” col capo.

Il telefono ancora squillava, quando la donna sollevò la cornetta e fece “Pronto! Proooonto!” ma, dato che non sentiva nulla, ci guardò sorpresa.

“Sento come una voce, ma lontana, lontana!”, disse affranta. “Pronto! Pronto!”.

E fu allora che mi avvidi del dramma.

Sapete come erano fatte le vecchie cornette telefoniche, no? Erano una specie di banana con da una parte il microfono, da cui partiva anche il filo, e dall'altra il diffusore audio.

Beh, la povera anziana mamma, nella foga, e non avendone mai vista una prima di allora, l'aveva impugnata al contrario! E per forza che non sentiva.

“Proooooooooooonto!”, urlava la donna disperata, mentre io, tenendo il telefono con le due mani, cercavo di rigirarglielo nel verso giusto. Ma lei, pensando forse che volessi toglierlelo, si dimenava, resisteva alla presa, quasi volesse difendere con le unghie quel barlume di cara voce di figlia che le era parso di sentire. Lontano, lontanissimo, ma sempre meglio di niente!

Quando infine riuscii a rigirare la cornetta, vidi il volto della donna che si apriva come il cielo dopo il temporale e lei che diceva “Sì! Sì! Addo' stai, figlia mia? Sì, sì! Quanno vieni, figlia mia? Sì, sì, non si sentiva!” e mia madre che mi guardava con orgoglio, e allora fu veramente un momento emozionante, per tutti noi.


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