
Music score in Markdown
abc 1
come si scrive:
X:1
T:A Song Title
C:Some Composer
M:4/4
L:1/8
K:G
R:Verdi
|ABc d|z4 a4|
risultato:
abc 2
Written with StackEdit.

Il nostro Maestro aveva una cagnetta dal pelo fulvo, di nome Lulù: un
cane straordinario e che e’ anche l’unico cane che io abbia mai visto
andare in vespa. Ma questa la racconto un’altra volta.
Lulù non si perdeva mai una prova e, quando erano in paese, nassisteva
neanche ai concerti al pubblico.
Nessuno di noi era assiduo come lei alle prove.
Arrotolata intorno alle sue gambe o, semplicemente, sdraiata ai suoi
piedi, sotto il leggìo o sulla pedana, Lulù non abbandonava mai il suo
padrone, se non per qualche breve sortita cui la sua natura canina, che
l’educazione musicale non aveva certo cancellato, di tanto in tanto la
sospingeva.
Noi eravamo felici di avere Lulù fra i nostri spettatori, perché Lulù
non era mai stanca della nostra musica. La quale, diciamoci la verità,
qualche volta non era granché.
Si può dire che certe sere, quando la cagnetta pareva maggiormente in
vena, noi guardavamo più lei che le mani del Maestro e non c’era chi di
noi non soffrisse quando, per la sua eccessiva agitazione, doveva essere
allontanata dalla sala con una pedata.
“Meglio a lei, che a noi!” pensavamo in cuor nostro.
Che l’animale avesse sviluppato una qualche sensibilità alla musica è
fuori dubbio.
E’ noto che i cani a volte entrano in tale simbiosi col loro padrone da
poterne avvertire gli umori anche da manifestazioni minime, che nessun
altro potrebbe percepire.
Forse è grazie a ciò che Lulù sembrava a volte approvare e a volte
disapprovare la nostra esecuzione, quasi anticipando quello che sarebbe
stato il giudizio del Maestro.
Essa, semplicemente, manifestava col corpo ciò che qualche volta il
Maestro ci nascondeva con le parole.
Nelle sere in cui c’era scuola di solfeggio e non di strumento, Lulù si
trasformava in un vero e proprio assistente.
Quando qualche allievo sbagliava vistosamente, Lulù abbaiava.
Se invece l’allievo ingarbugliava un fraseggio per molte volte di
seguito, una quartina o qualcos’altro, il maestro indicava Lulù con un
dito e diceva : “lei lo farebbe meglio!”.
In questi casi Lulù, dalla gioia, sbavava e si rotolava per terra
davvero come un cane.
Ma era nelle esecuzioni pubbliche che Lulù si divertiva di più.
Per nulla imbarazzata dalle luci o dalla presenza dell’autorità, né
quella politia, né tanto meno quella religiosa, Lulù saliva e scendeva
dal palco con la dimestichezza di una grande cantante.
E quando la gente, entusiasta, lanciava verso di noi i confetti, Lulù,
che ne andava ghiottissima, si accucciava sotto la pedana e, dopo averne
acchiappato qualcuno a volo, cominciava a sgranocchiarli rumorosamente:
“trac, tra-tra-trac, trac …”
Quando invece era qualche banda rivale che ardiva esibirsi sulla nostra
piazza, il comportamento di Lulù cambiava radicalmente.
Lulù, in questo caso, non saliva sul palco ma restava giù, tra la gente,
e ogni suo movimento sembrava tradire il clima di sospetto e di ostilità
verso l’intruso.
Con quel suo scoprire appena i denti, o con quel caratteristico modo di
guardare il palco di sbieco, a suo modo Lulù interpretava l’umore
generale, nel momento del più grave pericolo, per la banda, e per il
paese.
Ma qui, più che altrove, siamo autorizzati a chiederci: quale umore
interpretava Lulù? quello del pubblico o non, piuttosto, quello del suo
padrone?
A distanza di tanto tempo, ancora adesso mi piacerebbe poter
quantificare la parte che Lulù ha avuto nella formazione del nostro
gusto musicale.
Che razza di musica avremmo sentito su questa piazza, ora, se a questo
animale non fosse andata a genio la musica lirica?
Torino 1990
Michele ANDREOLI
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The Gamma function satisfying Γ(n)=(n−1)!∀n∈N is via the Euler integral
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You can find more information about LaTeX mathematical expressions here.
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Nel nostro paese, dove non c’è un solo segnale stradale che non abbia
qualche buco di pallottola, hanno rimesso la cabina telefonica. Questa
volta è di color arancio e, a prima vista, si tratta di un modello non
più vecchio di due anni, mentre la precedente era gialla e piuttosto
antiquata.
Intendiamoci: da noi il telefono c’è sempre stato e ogni famiglia ne ha
uno a casa propria.
Di questi telefoni domestici e del loro trillo servile e sottomesso noi
non sappiamo che farcene. Ma questa cabina, per il suo appartenere a
tutti e, in un certo senso, a nessuno, per quel qualcosa di misterioso e
di esotico che trasmettono in genere anche le più sperdute propaggini
dello Stato, per il senso di sfida che emana il suo stagliarsi saldo
proprio nel bel mezzo della piazza, esercita su di noi un fascino del
tutto particolare.
Chi di noi non ha già fatto almeno una telefonata soltanto per poter
dire a se stesso: anche da noi si può telefonare dalla pubblica via?
Questa cabina telefonica allo stato brado è per noi ben più che un
semplice mezzo per parlare con qualcun altro: essa è la conferma che
questa piazza, da qualcuno, da qualche parte, è stata ritenuta degna di
ospitare una proprietà dello Stato, priva di sorveglianza armata.
Ma io non mi faccio illusioni: già sento dire in giro che, anche questa
volta, qualcuno stà studiando il mezzo per manometterla, per telefonare
gratis o cose simili. Ma per telefonare a chi? Chi conosciamo noi che
sia così lontano da non poter essere chiamato con uno spintone?
Mi chiedo come potrà difendersi con le proprie forze una piccola cabina
indifesa in mezzo alla questa giungla inospitale. Bene sarebbe che
l’Amministrazione la facesse sorvegliare a vista notte e giorno da una
guardia.
Purtroppo questo non è possibile: non sorvegliamo con tanta cura cose
ben più preziose!
Luogosano 4‑5‑1991
Michele ANDREOLI
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